L’esperienza terapeutica coinvolge sempre due persone: lo psicoterapeuta, esperto di processi mentali e tecniche di cura, e il paziente, che è l’esperto di se stesso. Due compagni di viaggio uniti da una relazione del tutto unica e peculiare: così profonda e vicina e al tempo stesso distante. 

Una relazione nella quale i ruoli sono sempre ben definiti, caratterizzata da importanti limiti, ma pur sempre relazione è, e si definisce quindi di presenza, naturalezza, vicinanza ed è, inevitabilmente, intrisa di emozioni. Una buona relazione consente un’alleanza, fondamentale per veicolare gli interventi terapeutici e per raggiungere il cambiamento, in funzione di un maggior grado di benessere per chi chiede aiuto.

“La terapia viene potenziata se il terapeuta entra accuratamente nel mondo del paziente. I pazienti traggono un enorme profitto semplicemente dall’esperienza di essere visti appieno e capiti sul serio”.

Ma la relazione è essa stessa parte della cura. La terapia offre la possibilità di sperimentarsi in un’esperienza relazionale differente da quelle trascorse, spesso in qualche modo negative per chi chiede aiuto, fornendo un rimando diverso, che permette al paziente di sperimentarsi in un modo nuovo e differente rispetto al passato. C’è ora qualcuno che non abbandona nel momento in cui il paziente esprime parti autentiche di se’; c’è qualcuno che accoglie e ascolta i suoi stati emotivi e i suoi bisogni, dando loro importanza; c’è qualcuno che offre un contesto di continuità, costanza, empatia e comprensione. Il paziente può così riconoscere elementi nuovi di se’ e dell’altro all’interno della relazione terapeutica, più adeguati alla realtà attuale.

È in questi termini che la terapia offre un’esperienza emotiva correttiva e può farlo solo nel momento in cui si instaura tra paziente e psicoterapeuta una relazione che sia, seppur certamente sempre professionale, autentica, genuina, di vera vicinanza emotiva.

La foto e il virgolettato sono tratti da “Il dono della terapia” di Irvin D. Yalom.